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Memoria, Fede, Sentimento: il composito ed affabulante itinerario creativo d’una giovane Artista fra Sicilia e Toscana
Segni del Cuore splendono sul Vetro
La Memoria (nella polivalenza dei suoi etimi di Mater, anzitutto; e poi di cura, di desiderio ed amore, di conoscenza, di pensiero, di dottrina e testimonianza al tempo) è, per dirla con lo scomparso Mons, Domenico De Gregorio, insigne storico agrigentino, “ri – cordo, riandare, ripercorrere, con il cuore, il vissuto, perché parte intima di noi stessi; anche quello lontanissimo negli anni perché, in mille modi, ha modellato l’ambiente in cui viviamo, ha creato la tradizione in cui siamo inseriti, ha trasfuso nel nostro sangue la plurimillenaria esperienza dei nostri antenati, per tutta la catena della vita di cui siamo l’anello estremo”.
La Memoria, il Ricordo, allora. Che presuppongono ed inglobano anche il forte percuotere sull’anima del Rimpianto, la Malinconia come desiderio di una realtà che “non si può possedere altrimenti che rendendola irreale” (Agamben), ergo trasmutandola alchemicamente in impulsi d’inchiostro o di cromìe, la Nostalgia come itinerario di Dolore e di Passione per un viaggio / viatico ineluttabilmente direzionato ad un luogo e solo ad esso, “Luogo dei Luoghi”, “Hypertòpos”, ovverosia quello in cui si è nati, quello che ha odori, sapori, colori, visioni, siti inconfondibili ed unici (mi sovviene, in proposito, il dardeggiare del genio di Martin Heidegger: “il poetare pensante è, in verità, la topologia dell’esere…essa gli indica il villaggio ove dimora la sua esistenza”) ancorché, a volte (e fin troppe volte) ingiustamente deprivato d’un “genius loci” che, da Nume Tutelare, lo protegga da ogni attentato della Natura e dell’Uomo e con il quale s’identifichi e si confonda in provvidenziali coalizioni di sopravvivenza, che ne sia taumaturgico patrono e ne coordini qualsivoglia strategia di tutela e di salvezza, immunizzandolo, così, dagli eventi e dai loro mercenari, dagli esecutori e dai mandanti.
Mi spiego meglio. Nel “Luogo dei Luoghi” dove dimorano la Memoria e il Ricordo, il Rimpianto e la Malinconia, nonché giganteggia la Nostalgia d’ogni Ulisside (nessun uomo è un’isola, è logico, è vero: ma un siciliano ha sempre, nel cuore, quest’isola di “isolitudine” che ci chiude e ci apre all’universo dell’ “intelligere” e dell’icastico, pirandelliano “trovarsi”), gli ambienti, le visioni, i colori, gli odori, i sapori, le presenze, le assenze hanno sempre la dimensione iperumana – ergo mitica / mistica in coniugazione di convivenze e di congenialità – del Sogno, nella misura in cui, entro tale contesto onirico, tutto, proprio tutto (complice l’abbandono totale all’incontro con l’Io rivelante splendori alla quiete del riposo o al peregrinare tra i labirinti delle rievocazioni) appare talmente magnifico nella sua irrealtà da unirsi in esoterico amplesso con il reale lontano e / o perduto di giorni antichi e felici, quelli della fanciullezza, in cui tutto ci sembrava più grande, dalle stanze alle case, dalle strade alle campagne, dalle mattine di Sole alle notti ingravidate di pianeti e galassie nell’atro ma splendente nitore del cielo siciliano; ed in cui tutto, proprio tutto, ci sembrava più intenso ed irripetibile, giammai effimero e caduco ma infinito,immortale:o, almeno,appariva così agli occhi del cuore prima che i nostri passi, i nostri giorni, i nostri addii ci portassero lontani, tanto, troppo lontani da quell’oasi affabulante e fatata.
Esiste, è vero, anche il tempo del Ritorno (in carne ed ossa e cuore, non più fra i Sogni e i Segni della Rimembranza); ma è destinato a convivere, inevitabilmente, anche con il timore, come sempre accade a chi diventa grande ed invecchia nel corpo, ma non nell’anima: timore di tornare e ritrovare piccoli, tanto piccoli, troppo piccoli, quei siti; di tornare e ritrovare lontani, tanto lontani, troppo lontani, quei visi, quei giochi, quegli odori, quei sapori; di tornare e di non trovare (mi sovviene Gertrude Stein: “quando arriverete laggiù, laggiù non vi sarà più”), di tornare e non trovarsi dopo aver cercato e trovato e d’essersi cercati e trovati o dentro libri concepiti e trasmutanti in pagine di reincarnazione oppure attraverso quell’Estro che dona vita ad un’Arte eminentemente chiamata ad eguale, arduo ma non impossibile “resurrexit” di amorevoli ri / creazioni.
E quest’ultima eventualità s’è materializzata, per una serie di fortunate circostanze, anche con quanto è successo e continua ad accadere a Rosamaria Indelicato, già coautrice di un importante volume su “San Calogero - Un agrigentino venuto da lontano”, testo che comprende un’intervista a lei rilasciata dal noto scrittore Andrea Camilleri, di origini agrigentine, ed un “cd-rom” di approfondimento. Nello specifico, l’opera tratta, ed ampiamente, del “Santo Nero” per eccellenza, il cui culto, vivissimo “ab immemorabili” nella Città dei Templi, vanta radici altrettanto lontane e consolidate in tutta la Sicilia ed in parte della Calabria, con un gran numero di Santuari e di Comuni che lo hanno eletto Patrono: tant’è che diversi specifici studi “alternativi” sostengono (e, lo ammettiamo, con dovizia di ragioni da vendere) la presenza non di un solo San Calogero talmente iperattivo nella sua missione per l’Onnipotente da essere anche indaffaratissimo in stupefacenti, divine ubiquità, ma di molti monaci “basiliani” come Lui, sbarcati ed itineranti in Sicilia (terra da sempre “Mater” generosa e doviziosa pure in termini d’accoglienza, indipendentemente da razze e fedi, ed anche a dispetto d’ogni nefandezza leghista o pseudo tale in tema d’intolleranza e di millantata “superiorità” occidentale: qui gli Arabi, da dominatori, diedero vere e proprie lezioni di civiltà, di cultura e di democrazia a tutti); tanti e santi uomini, allora, e però riuniti, dalla tradizione popolare, in un solo, straordinario Santo ufficialmente riconosciuto dalla Chiesa per il profondo senso di carità ed il suo comprovato ed incomparabile carisma di taumaturgo.
In ogni caso, ed al di là d’ogni ulteriore digressione in termini editorial-metafisici, è soprattutto della produzione artistica di Rosamaria Indelicato che, per questa specifica circostanza espositiva, debbo e voglio trattare; e lo farò iniziando da quella sua scelta fondamentale (al tempo inequivocabile preliminare d’autointesa e comprovato imperativo d’intenti e di scaturigini) di lavorare ed esprimersi proprio attraverso e su quel vetro che, non certamente per caso (il caso non esiste), va a riassumere, per sua natura, essenza e lavorazione, i quattro Elementi (Fuoco, Aria, Acqua, Terra) sui quali Empedocle il sommo, l’Empedocle di Agrigento, l’Empedocle con cui la Indelicato condivide comunanza di patria e sintonia d’intimo sentire, costruì un edificio di pensiero tutt’oggi solidissimo, incrollabile, vittorioso sul Tempo.
Ed è, appunto, su questa prioritaria ed ineludibile scelta di supporto strutturale che vanno ad esplicitarsi gli esiti compositivi della Indelicato, la quale inanella ed incatena su parallelismi e rosari di sequenze del “cum-figurare” una vasta e polivalente serie di ambienti, soggetti, atmosfere, evanescenze ed evocazioni solidamente incastonate ad un sedimentato, irrefrenabile rimaterializzarsi di evidenze d’un vissuto lontano, è ovvio, nelle spirali delle distanze, eppure in costante presenza di riproposizione agli intuiti ed agli esiti dell’estro; e ciò al fine di perpetuare quel già citato “cercare per trovarsi” che appare anch’esso immancabile presupposto al contornare e definire ogni modulazione dell’Io attraverso una produzione tutt’altro che standardizzata nell’oggettiva limitatezza d’un raffigurare per monovalenze.
Produzione vasta e varia per valenze di pluralità espressiva, allora ed invece: ad iniziare da quei paesaggi sempre nuovi (ed anche nell’occasionale apparenza di determinate contiguità) fra riambientazioni marine, fluviali, campestri, a volte completate da dintorni di quiete liquidità e da esistenze o respiri di antichi edifici rurali (ergo, acclarando, in definizione di forme o in decomposizione di ruderi): luoghi & iperluoghi che mutuano dalla presenza / potenza dell’intimo sentire del momento tutte le loro caratteristiche e peculiarità, e che permettono, quindi, al fruitore, di decriptare da cieli tersi e pacati, a resuscitare con larghi tratti cromatici, quella “serenità dell’attimo” del tutto assente, invece, in altre opere laddove rapidi tocchi di linee e di punti, cieli cupi o maligni, boschi come dedali dello smarrimento, pietre minacciose, alberi dai rami spogli ed alzati al cielo come muti, ma eloquenti segni / segnali di preghiera e d’aiuto, incombono a contrapporre tutta la loro tensione drammatica, sovrapponendosi, a volte, persino all’apparente quietudine di quella che sarebbe dovuta essere solo e soltanto una curriculare raffigurazione di siti e soggetti colti in una staticità ugualmente percepibile, ad una prima lettura visuale, solo come scorza di assoluti ed inscalfibili equilibri emotivi rispetto ad essenza e polpa di fragilità e d’inquietudine: un po’ come se l’Artista, trasferendo nel comunicare pittorico un’illuminante intuizione del grande Italo Calvino (“Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che poi venga scoperto”) andasse a sfidare sempre in tal senso, sebbene alquanto amorevolmente, il fruitore, donandogli cioè, con iniziale riserbo ma poi assolutamente “in toto”, tutte le coordinate dei suoi sentimenti, ma lasciando unicamente a lui l’arduo compito di scoprirle,“ex-cavarle” e consegnarle, tramite l’ “occhio-ago”, all’impietosa Luce dello Svelamento e del Disinganno.
Purtuttavia, non è solo nell’ambito dei contorni / dintorni di questo perenne ed oggettivamente già vasto e proteiforme “Rituale della Rimembranza” che sa e può posizionarsi l’ “excurrere” artistico della Indelicato. Ma vado ancora con ordine. In un’altra serie di opere va ad aumentare, quantunque di poco, il numero di quelle figure umane già ridotte al minimo o del tutto assenti nella citata prima serie di scaturigini creative: scelta, questa, espressivamente indovinata se riferibile ad una prima spiegazione che, anche qui, ovvero dinanzi ad ambientazioni volutamente deprivate di personaggi (protagonisti o figuranti che siano o che l’Artista abbia inteso concepire e collocare) voglia far comprendere quanta e quale sia la personale solitudine dell’Artista e come (ed in che misura estrema) Rosamaria Indelicato l’abbia intesa e continui a volerla trasmettere all’osservatore anche in una sorta di “eloquenza dell’invisibilità” come referente parallelo di interrogativi, angosce, messaggi, analisi e deduzioni da riveicolare all’esecutrice / referente in “feedback” di condivisione emotiva, ergo al di là od a prescindere, addirittura, da ogni contesto iconografico “strictu sensu” inteso.
Ma è proprio questa nuova opzione di recupero della figura umana a dar senso e valenza ad altri contesti, contorni e dintorni ripresi e mutuati, stavolta, da un diverso territorio di riferimento, ossia non più quello dell’Ieri fra “sicilianità” o “sicilitudine” che dir si voglia (o, nello specifico, iconograficamente si raffiguri) ma questo dell’Oggi di Rosamaria Indelicato, e cioé il palese e voluto emergere d’una “toscanità” dalle denotazioni e dalle connotazioni del tutto dissimili, per ovvie ed evidenti peculiarità storico-culturali, anche per ciò che concerne ogni aggancio ad una realtà territoriale che poco e niente ha da coniugare con il Sud, con l’Isola e con quanto di riferibile ad ogni già sottolineata “isolitudine”.
Nulla a che vedere, infatti, con questa famosa definizione di Gesualdo Bufalino (e con ogni sua servostruttura di riporto al reale od al riferibile / raffigurabile) tale ulteriore segmento di produzione artistica di Rosamaria Indelicato, volto a riprendere e rivisitare, attraverso danze sfrenate tra umani e démoni sotto luminescenze di cieli non tersi e dalle cromìe del tutto desuete dai colori della Sicilia, specifici ambienti ed inquietanti fotogrammi di “sacre rappresentazioni” non rapportabili ad un Sud che ha tradizioni del tutto diverse nell’ambito dei rapporti tra il Dentro e il Fuori, tra il Qui e l’Altrove, tra l’Io e Dio, tra il Bene e il Male, tra Eros e Thànatos; così come appaiono e sono esclusivamente toscane le innocenti sensualità dell’amore (finalmente carnale ma, a suo modo, ancor soffuso di casta fabulazione) fra Pinocchio e la Fata Turchina; oppure, ancora, quelle rappresentazioni di musici che, anche al primo impatto con i loro strumenti, si comprende non abbiano fisionomia ed identità d’appartenenza alle specifiche tradizioni di rapporto con il comunicare per suoni marchiato a fuoco, nella Storia e nel Cuore, dalla “Trìskeles”; mentre altri ritagli dell’Indelicato, aggiungo, ci riportano, con evidenti richiami, a una tormentata, drammatica voglia (negata, purtroppo) di maternità e ad un desiderio, altrettanto intenso ed anelato, di serenità esistenziale fra le mura d’una casa che torni ad essere “materna”, donandole solo l’incomparabile gioia d’una vita semplice, assieme al proprio amore, ai propri strumenti d’arte, al proprio Angelo a custodirla e proteggerla pure in questa nuova e terra di Toscana che, peraltro,l’ha già accolta donandole l’amorevolezza, la trasparenza e la generosità tipiche della sua splendida Storia, munifica,da sempre, d’alto genio e di vera “humanitas”.
E l’arte sacra, infine: nella misura in cui Rosamaria Indelicato, con le sue Madonne ora ieraticamente composte in solenni sfondi cosmici, dovizia di panneggi e costanza di presenze angeliche (quantunque meno “umanizzate” e “custodi”, queste ultime, a fronte dei ritagli di cui sopra: ma solo per estremo rispetto di canoni e ruoli della tradizione iconografica religiosa, e non certo per evidenziare improbabili duplicazioni di tipologie nunzianti fra le già sovraffollate schiere celesti), ora audacemente relazionate a spogli ambienti di contemporaneità concettuali e / o materiche, va a completare, ed in forma di preghiera, questo suo composito e variegato proporsi che, in ultima analisi, si mostra ed è tutt’altro che riconducibile, per presupposti ed evidenze, spunti d’estro e spessore d’esito, alla superficialità d’ogni acritico giudizio di oleografica “naïveté” (prevedibilissimo anche perché inflazionato nei suoi esiti di defatigante dopolavorismo d’approccio) da cui la Indelicato, al contrario, è lontana anni luce, avendo dimostrato ampiamente, e con giustificato merito, di sapere e potere proporsi / imporsi in autonomia di scelte e valenze nel difficile mondo dell’Arte.
E se è vero, e lo è, che, fin troppo spesso, come osservò acutamente, qualche secolo fa, Jean de la Bruyère, “il piacere della critica ci toglie quello di essere profondamente commossi da cose molto belle”, mi permetterete senz’altro, nel concludere questo intervento che l’Artista m’ha chiesto, onorandomi della sua scelta, di sottolineare, sinceramente commosso (“Amicus Plato, sed magis amica Veritas”) per la sua Arte bella, significativa e semplice (e la semplicità è “difficile a farsi”, scrisse il grande Bertolt Brecht), che soltanto una cosa Rosamaria Indelicato non riuscirebbe mai a trasferire sul vetro, sulla tela o qualsiasi altra servostruttura di creatività: lo splendore terso ed irradiante dei suoi occhi, stelle di un’anima pulita che lascia sempre il segno, sul vetro e nel cuore.
Prof. Nuccio Mula
Docente universitario di Filosofia dell’Immagine,
Teoria della Percezione e Psicologia della Forma
Componente dell’Associazione Internazionale Critici d’Arte
Agrigento, aprile 2008
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Rosa Maria Indelicato: l'armonia nel trasognare
La componente onirica, spesso presente nelle opere di Rosa Maria Indelicato, contraddistingue il suo stile; uno stile che racconta la realtà attraverso un sogno. Una trasfigurazione, che appare senza stravolgere la realtà, ma che l' accompagna per mano, oltre un confine illusorio.
Davanti ad ogni sua opera, ci si trova ad un bivio, che offre l'opportunità di vedere un sogno od una realtà.
La freschezza delle pennellate e la padronanza tecnica saltano all'occhio senza necessariamente essere esperti di arte. Il suo stile è quello di chi sa dipingere e, superando la mera riproduzione della realtà, interpreta con uno sguardo trasognato un albero, un paesaggio, rendendoli unici.
Rosa Maria Indelicato racconta le cose col suo pennello, consapevole di possedere una straordinaria dote; quella dote che ogni pittore dovrebbe avere, prima di passare ad una fase successiva, ovvero quella dote che si chiama “saper dipingere”.
Quando mi sono imbattuto per la prima volta nelle sue opere, ho capito che mi trovavo davanti ad un talento naturale, che sapeva mediare, attraverso la propria espressione artistica, tra gli impulsi provenienti dal cuore e quelli che provengono dal cervello. Sintesi spesso ricercata da molti artisti e mai trovata.
Traspaiono nelle sue opere l'entusiasmo istintivo e la riflessione profonda ed una naturalezza disarmante nel tradurre in pittura le immagini e le figure del nostro vissuto.
L'uso del colore a volte delicato, a volte irruento, sempre armonioso nel contesto, si coniuga perfettamente alla scelta delle forme, talvolta cesellate, talvolta accennate con poche pennellate, con la costante della ricerca in divenire.
La rappresentazione dei soggetti prescelti sembra celare ogni volta un segreto, che potrebbe restare nascosto ad uno sguardo superficiale; ed anche quando il segreto appaia svelato, allo sguardo successivo scompare nuovamente, per riapparire in un'altra occasione.
Si può dire tutto dell'opera pittorica di Rosa Maria tranne una cosa: che non sappia indirizzare con armonia ed un piacevole gusto del tutto personale il colore ed i tratti che ella realizza con sapienza nelle sue opere; ed è per questo che reputo Rosa Maria Indelicato un'artista che farà molta strada, senza trucchi od effetti speciali, ma con una conoscenza pittorica, che pochi artisti possono vantare di possedere.
Gregorio Rossi
Critico e storico dell'arte
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------Giovane pittrice che ci mostra la riscoperta antichissima del dipinto su vetro. Difficilissima la gestualità adoprata nell'eseguirla, la Indelicato ci riporta alla luce interessanti paesaggi dove con una punta di naif ci immerge nel suo mondo. Vari i soggetti e gli accostamenti cromatici che riconducono alla sua preparazione pittorica. Impensabile il non divenire di un'artista di qualità votata e spinta da un'enorme passione. Passione per l'arte che unita al talento innato porta a ottimi traguardi.
Federico Napoli
---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------Ciò che non appare a primo achito è, in realtà, la vera essenza dell' arte pittorica
dell'artista siciliana Rosa Maria Indelicato.
I suoi lavori sono corposi, avvincenti, carichi di cromie che quasi invadono la scena. Trasudano, a volte, una sorta di angoscia interiore, visibile soprattutto dal moto perpetuo degli alberi che sembrano
vibrare, muoversi in andamenti centripeti, quasi memoria di gesta pittoriche alla Van Gogh.
Pervade però in Rosa Maria Indelicato una rapsodia, un generare nella speranza, nel positivo. In lei c'è la forza, la passione, il desiderio di raccontare la sua bella Sicilia usando, ad esempio, la potenza della natura selvaggia.
L'arte di Rosa Maria Indelicato si comprende bene solo in un secondo momento. Il naif similmente al "paesaggio", è da sempre considerato genere minore. Questo potrebbe rappresentare un limite, ma in tutta questa
apparente "sottovalutazione" si denota in realtà una ricerca personale, un lasciarsi andare.
L'originale uso del vetro come supporto è sinonimo di originalità, di orientamento verso la sperimentazione, ed allo
stesso tempo denota il desiderio di tramandare, poichè è chiaro il riferimento alla pittura su vetro in uso nella Sicilia dell'800.
A tal proposito si guardino opere come "L' amore preserva dalla stupidità del mondo", "Tenebre nascondete pazzia della solitudine " . Il segno è vibrante, la resa apparentemente infantile cela la rappresentazione di un maturo gioco allegorico
di concetti e significati. Questa artista dev' essere apprezzata e seguita nel tempo.
VALERIA S.LOMBARDI
Dott.ssa storia dell'arte contemporanea
laureata c/o Università Statale di Milano
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